Risonanze d ’Avvento / Elevazione spirituale con musica da camera
Mercoledì 17 Dicembre, ore 20.30 — Coro absidale della chiesa di Sant’Antonio d’Arcella
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Musiche di:
J. S. Bach, G. M. Bononcini, A. Stradella e A. Corelli
Ensemble Cappella filarmonica
Stefano Maria Torchio, Violino e Direzione
Dino Casumaro, Violino
Vasil Angelov, Violoncello
Vedran Galicic, Chitarra
PROGRAMMA
Johann Sebastian Bach (1685 – 1750): Wachet auf ruft uns die Stimme… (Svegliatevi, una voce ci chiama…), BWV 645 (dagli Schübler Choräle)
Lettura: Dino Buzzati: Che scherzo! (1964)
Giovanni Maria Bononcini (1642 – 1678): Sonata II: Allegro – Adagio – [Andante] – Adagio – Allegro – Adagio (dalle Sonate da Chiesa à 2 Violini e Basso continuo, op. VI)
Lettura: Gianni Rodari: Allarme nel presepe
Pietro Antonio Locatelli Pärt (1695 – 1764): Sonata V: Largo – Vivace – Pastorale, Andante (dalle 6 Sonate à 3, op. V)
Lettura: ven. don Tonino Bello: Andiamo fino a Betlemme
Alessandro Stradella (c. 1645 – 1682): Sinfonia à 3 in Re magg.: Grave – Allegretto – Grave – Allegro
Lettura: S. Antonio di Padova: Sermone di Natale
Arcangelo Corelli (1653 – 1713): Concerto VIII fatto per la notte di Natale – Vivace – Grave – Allegro – Adagio, Allegro, Adagio – Vivace – Allegro – Pastorale, Largo (dai Concerti Grossi, op. VI)
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Dino Buzzati – Che scherzo! (1964)
E se poi venisse davvero?
Se a quell’ora precisa
mentre la nebbia
oppure la pioggia nera
oppure comunque le caligini della notte
sopra la pianura dell’umidità
e dell’espansione economica
l’arcipelago delle luminarie
sempre più denso verso il centro
specialmente i cinema i bar
le stazioni di servizio
e poi nel cuore della città
la massima concentrazione di luci
di lusso di soldi di gioia
se nei palazzi, nelle cascine
attraverso le illusioni e i misteri,
se lui davvero venisse?
Che scherzo pericoloso, eh?
Perché dicono… dicono…
ma non ci crede più nessuno.
Il proprietario del magazzino famoso
di articoli da regalo
non ci crede, e ne ride bonario
con le clienti in visone;
anche il negoziante di giocattoli
sollevato dall’andamento straordinario
degli affari nonostante la recessione.
Non ci crede il capofamiglia,
né lo scapolo, né il coniugato,
né il vecchio zio, né la figlia,
neppure la mamma
sebbene – tenendoli sulle ginocchia –
abbia dettato ai bambini le lettere
col presepio e il bordo dorato:
destinazione Paradiso,
in franchigia, senza riflettere
al rischio della mistificazione.
Non ci crede neanche don Saverio,
il buon prevosto della parrocchia:
non basta infatti la fede
per prendere veramente sul serio
questa antica superstizione.
E neppure ci credono più i bambini,
che avrebbero sufficiente ingenuità
voglia di miracoli, di fantasia
di mostri, di favole,
…ma ci fu quel sorriso speciale della mamma,
così ambiguo:
e allora nacque in loro
per la prima volta l’ipocrisia,
con la paura tipicamente italiana
di passare per cretini.
Neanche loro dunque ci credono più,
che alla mezzanotte del ventiquattro,
carico di regali in carte d’oro e d’argento,
fra un grande sbattere d’ali
(ci saranno anche gli angeli, no?)
arriva il Bambino Gesù.
E se invece venisse per davvero?
Se la preghiera, la letterina, il desiderio
espresso così, più che altro per gioco
venisse preso sul serio?
Se il regno della fiaba e del mistero
si avverasse?
Se accanto al fuoco al mattino
si trovassero i doni
la bambola, il treno, il pallone
il micio, l’orsacchiotto, il leone
che nessuno di voi ha comperati?
Se la vostra bella sicurezza
nella scienza e nella dea ragione
andasse a carte quarantotto?
Con imperdonabile leggerezza
forse troppo ci siamo fidati.
E se sul serio venisse?
Silenzio!
O Gesù Bambino
per favore cammina piano
nell’attraversare il salotto.
Guai se tu svegli i ragazzi,
che disastro sarebbe per noi
così colti così intelligenti
brevettati miscredenti
noi che ci crediamo chissà cosa
coi nostri atomi, coi nostri razzi.
Fa piano, Gesù Bambino, se puoi.
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Gianni Rodari – Allarme nel presepe (dalla raccolta “Tante storie per giocare”, 1971)
Una volta, mancava poco a Natale, un bambino fece il suo presepio. Preparò le montagne di cartapesta, il cielo di carta da zucchero, il laghetto di vetro, la capanna con sopra la stella. Dispose con fantasia le statuine, levandole una per una dalla scatola in cui le aveva riposte l’anno prima. E dopo che le ebbe collocate qua e là, al loro posto – i pastori e le pecore sul muschio, i re Magi sulla montagna, la vecchina delle caldarroste presso il sentiero – gli sembrò che fossero poche. Restavano troppi spazi vuoti. Che fare? Era troppo tardi per uscire a comprare altre statuine, e del resto lui di soldi non ne aveva tanti…
Mentre si guardava intorno, in cerca di un’idea, gli capitò sotto gli occhi un altro scatolone, quello in cui aveva messo a riposo, in pensione, certi vecchi giocattoli: per esempio, un pellerossa di plastica, ultimo superstite di un’intera tribù che marciava all’assalto di Fort Apache… un piccolo aeroplano senza timone, con l’aviatore seduto nella carlinga… una bamboletta un po’ «hippy », con la chitarra a tracolla: gli era capitata in casa per combinazione, dentro la scatola del detersivo per la lavatrice. Lui, naturalmente, non ci aveva giocato mai, i maschi non giocano con le bambole. Però, a guardarla, era proprio carina.
Il bambino la posò sul sentiero del presepe, accanto alla vecchietta delle caldarroste. Prese anche il pellerossa, con l’ascia di guerra in mano, e lo collocò in fondo al gregge, presso la coda dell’ultima pecora. Infine appese con un filo l’aeroplano e il suo pilota a un alberello di plastica, abbastanza alto, che una volta era stato un albero di Natale, di quelli che si comprano ai Grandi Magazzini e trovò il posto anche per loro, sulla montagna, non lontano dai re Magi e dai loro cammelli. Contemplò soddisfatto il suo lavoro, poi andò a letto e si addormentò subito.
Allora si svegliarono le statuine del presepio. Il primo ad aprire gli occhi fu uno dei pastori. Egli notò subito che c’era qualcosa di nuovo e di diverso nel presepio. Una novità che non gli piaceva troppo. Anzi, non gli piaceva per niente.
– Ehi, ma chi è quel tipaccio che segue il mio gregge con in mano un’accetta? Chi sei? Che cosa vuoi? Vattene in fretta, prima che ti faccia azzannare dai miei cani.
– Augh, – fece per tutta risposta il pellerossa.
– Come hai detto? Senti, parla chiaro, sai? Meglio ancora, non parlare per niente e porta il tuo muso rosso da un’altra parte.
– Io restare, – fece il pellerossa, – augh!
– E quella scure? Che ci fai, di’ un po’? Ci accarezzi i miei agnelli?
– Scure stare per tagliare legna. Notte fredda, io volere fare fuoco.
In quel momento si svegliò anche la vecchina delle caldarroste e vide la ragazzetta con la chitarra a tracolla.
– Dico, quella ragazza, che specie di cornamusa è la vostra?
– Non è una cornamusa, è una chitarra.
– Non sono cieca, lo vedo bene che è una chitarra. Non lo sai che qui sono permesse solo zampogne e i pifferi?
– Ma la mia chitarra ha un bellissimo suono. Sentite…
– Per carità, smettila. Sei matta? Ma senti che roba. Ah, la gioventú d’oggigiorno. Dammi retta, fila via prima che ti tiri in faccia le mie castagne. E guarda che scottano, perché sono quasi arrostite.
– Sono buone le castagne, – disse la ragazza.
– Fai anche la spiritosa? Ti vuoi prendere le mie castagne? Ma allora sei pure una ladra, oltre che una svergognata. Ora ti faccio vedere io… Al ladro! Anzi, alla ladra!
Ma il grido della vecchietta non fu udito. L’aviatore, infatti, aveva scelto proprio quel momento per svegliarsi e accendere il motore. Fece un paio di giri sul presepio, salutando tutti con la mano, e atterrò vicino al pellerossa. I pastori lo circondarono minacciosi:
– Cosa vuoi fare, spaventarci le pecore?
– Distruggere il presepio con le tue bombe?
– Ma io non porto bombe, – rispose l’aviatore, – questo è un apparecchio da turismo. Volete fare un giretto?
– Fallo tu, il giretto: gira bene al largo e non farti più vedere da queste, parti.
– Sí, sí, – strillò la vecchina, – e mandate via anche questa ragazzaccia, che mi vuol rubare le mie castagne…
– Nonnina, – fece la ragazza, – non dite bugie. Le vostre castagne, se me le volete vendere, ve le pago.
– Mandatela via, lei e la sua maledetta chitarra!
– E anche tu, muso rosso, – riprese il pastore di prima, – torna alle tue praterie: non vogliamo predoni, tra noi.
– Né predoni né chitarre, – aggiunse la vecchina.
– Chitarra stare strumento molto bello, – disse il pellerossa.
– Ecco, l’avete sentito? Sono d’accordo!
– Nonnetta, – fece l’aviatore, – ma perché strillate a quella maniera? Dite piuttosto alla signorina di farci sentire qualcosa. La musica mette pace.
– Facciamola corta, – disse il capo dei pastori, – o ve ne andate tutti e tre con le buone, o sentirete un’altra musica.
– Io stare qui. Ho detto.
– Anch’io stare qui, – fece la ragazza, – come il mio amico Toro Seduto. E anch’io ho detto.
– Io poi, – fece l’aviatore, – sono arrivato da lontano, figuriamoci se me ne voglio andare. Su, ragazzina, attacca, vediamo se la tua chitarra rabbonisce la compagnia…
La ragazza non se lo fece ripetere e cominciò a pizzicare le corde…
Al primo accordo della chitarra i pastori fecero per slanciarsi contro i tre nuovi venuti, ma una voce autorevole e severa li trattenne:
– Pace! Pace!
Chi ha parlato?
– Guardate, uno dei tre Magi ha lasciato la carovana e sta venendo dalla nostra parte. Maestà, quale onore!
– Il mio nome è Gaspare, non Maestà. Maestà non è un nome.
– Ciao, Gaspare, – disse la ragazza con la chitarra.
– Buona sera, figliuola. Ho sentito la tua musica. Be’, non si sentiva un gran che, con tutto quel chiasso. E ho sentito anche della musica migliore. Ma la tua non era da buttar via.
– Grazie, Gaspare.
– Augh! – fece il pellerossa.
Salve anche a te, Toro Seduto, o Aquila Nera, o Nube Tonante, o comunque tu voglia essere chiamato. E buona sera a te, pilota. E a voi, pastori, e a te, nonnetta. Ho sentito il profumo delle tue castagne.
– Questa ragazzaccia me le voleva portar via…
– Su, su, forse ti è sembrato. Non ha l’aria di una ladra.
– E questo tipaccio con l’accetta? – gridarono i pastori. – Ci si presenta al presepio, con quel muso rosso?
– Avete provato a chiedergli perché è arrivato fin qui?
– Non c’è bisogno di chiederglielo. Si vede benissimo: voleva fare una strage…
– Io avere sentito messaggio, – disse il pellerossa. – Pace agli uomini di buona volontà. Io stare uomo di buona volontà.
– Avete sentito? – disse allora Gaspare. – Il messaggio è per tutti: per i bianchi e per i rossi, per chi va a piedi e per chi va in aeroplano, per chi suona la zampogna e per chi suona la chitarra. Se odiate chi è diverso da voi, vuol dire che del messaggio non avete capito nulla.
A queste parole fece seguito un lungo silenzio. Poi si sentì la vecchina che bisbigliava:
– Ehi, ragazzina, ti piacciono le castagne? Su, prendi, e guarda che non te le vendo, te le regalo… E voi, pilota, ne volete? E voi signor Toro Volante, scusate, non ho capito bene il vostro nome, vi piacciono le castagne?
– Augh, – disse il pellerossa.
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Don Tonino Bello, venerabile – Andiamo fino a Betlemme (1986)
Andiamo fino a Betlemme. Il viaggio è lungo, lo so.
Molto più lungo di quanto non sia stato per i pastori ai quali bastò abbassarsi sulle orecchie avvampate dalla brace il copricapo di lana, allacciarsi alle gambe i velli di pecora, impugnare il bastone, e scendere, lungo i sentieri profumati di menta, giù per le gole di Giudea.
Per noi ci vuole molto di più che una mezzora di strada. Dobbiamo valicare il pendio di una civiltà che, pur qualificandosi cristiana, stenta a trovare l’antico tratturo che la congiunge alla sua ricchissima sorgente: la capanna povera di Gesù.
Andiamo fino a Betlemme. Il viaggio è faticoso, lo so.
Molto più faticoso di quanto sia stato per i pastori i quali, in fondo, non dovettero lasciare altro che le ceneri del bivacco, le pecore ruminanti tra i dirupi dei monti, e la sonnolenza delle nenie accordate sui rozzi flauti d’Oriente.
Noi, invece, dobbiamo abbandonare i recinti di cento sicurezze, i calcoli smaliziati della nostra sufficienza, le lusinghe di raffinatissimi patrimoni culturali, la superbia delle nostre conquiste… per andare a trovare che? «Un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia».
Andiamo fino a Betlemme. Il viaggio è difficile, lo so.
Molto più difficile di quanto sia stato per i pastori ai quali, perché si mettessero in cammino, bastarono il canto delle schiere celesti e la luce da cui furono avvolti.
Per noi, disperatamente in cerca di pace, ma disorientati da sussurri e grida che annunziano salvatori da tutte le parti, e costretti ad avanzare a tentoni dentro infiniti egoismi, ogni passo verso Betlemme sembra un salto nel buio.
Andiamo fino a Betlemme. E’ un viaggio lungo, faticoso, difficile, lo so.
Ma questo, che dobbiamo compiere «all’indietro», è l’unico viaggio che può farci andare «avanti» sulla strada della felicità. Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita, e che cerchiamo di tradurre col linguaggio dei presepi, in cui la limpidezza dei ruscelli, o il verde intenso del muschio, o i fiocchi di neve sugli abeti sono divenuti frammenti simbolici che imprigionano non si sa bene se le nostre nostalgie di trasparenze perdute, o i sogni di un futuro riscattato dall’ipoteca della morte.
Andiamo fino a Betlemme, come i pastori. L’importante è muoversi.
Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.
Mettiamoci in cammino, dunque, senza paura.
Il Natale di quest’anno ci farà trovare Gesù e, con Lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell’impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.
Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte e illuminato di stelle.
E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.
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S. Antonio di Padova, Sermone di Natale (1231)
9. “E l’angelo disse ai pastori: Ecco, io vi annunzio una grande gioia, perché oggi vi è nato il Salvatore…” (Lc 2,10.11). Con questo concordano le parole della Genesi: “Nacque Isacco. E Sara disse: Il Signore mi ha dato il sorriso e chiunque lo saprà, sorriderà con me “ (Gn 21,5-6). Sara s’interpreta “principessa” ed è figura della gloriosa Vergine, principessa e regina nostra, infiammata dallo Spirito Santo. Oggi Dio le ha dato il sorriso, perché da lei è nato il nostro sorriso. “Io vi annunzio una grande gioia”, perché è nato il sorriso, perché è nato Cristo.
Questo abbiamo udito oggi dall’angelo: “Chiunque lo sentirà, sorriderà insieme con me”. Sorridiamo dunque ed esultiamo insieme con la beata Vergine, perché Dio ci ha dato il sorriso, cioè il motivo di sorridere e di gioire con lei e in lei: “Oggi vi è nato il Salvatore”.
Se uno si trovasse in punto di morte o fosse condannato all’ergastolo, e gli venisse annunziato: Ecco, è arrivato uno che ti salverà! Forse che non sorriderebbe, forse che non esulterebbe? Certamente! Esultiamo quindi anche noi, nella serenità della coscienza e nell’amore autentico (cf. 2Cor 6,6), perché oggi ci è nato il Salvatore, colui che ci salverà dalla schiavitù del diavolo e dall’ergastolo dell’inferno.
10. E per trovare questa gioia ci è dato un segno, quando l’angelo soggiunge: “Questo sarà per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia” (Lc 2,12).
Qui dobbiamo osservare due cose: l’umiltà e la povertà. […]
Che cosa significa dire: “Troverete un bambino”, se non che troverete la sapienza che balbetta, la potenza resa debole, la maestà abbassata, l’immenso fatto bambino, il ricco fattosi poverello, il re degli angeli che giace in una stalla, il cibo degli angeli divenuto quasi fieno per gli animali, colui che da nulla può essere contenuto, adagiato in una stretta mangiatoia? […]
Per il Verbo incarnato, per il parto verginale, per il Salvatore nato sia gloria a Dio Padre nei cieli altissimi, e sia pace in terra agli uomini che egli ama (cf. Lc 2,14). Si degni di concederci questa pace colui che è benedetto nei secoli. Amen.